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15 milioni di litri di greggio

Da quanto la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è affondata lo scorso mese, nel Golfo si sono riversati circa 15 milioni di litri di greggio.

Tra le soluzioni tentate finora, quella di mettere un “tappo” alle perdite sul fondo marino, imbarcazioni che permettono di “scremare” il petrolio dalla superficie dell’acqua, barriere galleggianti con cui raccogliere il greggio e bruciarlo, e agenti chimici per scomporre in gocce sempre più piccole il materiale fuoriuscito: tutti sistemi vecchi di decenni.

Ma presto sarà possibile disporre di altre soluzioni: si stanno mettendo a punto spugne, microbi e agenti chimici di nuova generazione con cui fronteggiare questo tipo di disastri.

1. Spugne per assorbire il greggio

lì AeroClay, una “spugna” di materiale plastico e gessoso in grado di assorbire sostanze oleose, ma senza assorbire acqua., quindi, In teoria, se disponessimo di una quantità sufficiente di questo materiale sarebbe possibile assorbire il greggio fuoriuscito, e poi persino utilizzarlo. Altri sistemi di rimozione invece raccolgono più acqua che petrolio, e il combustibile finisce per essere troppo diluito per poter essere usato.

La società AeroClay, Inc. sta cercando di trasformare il prototipo in un prodotto commerciabile, ma ciò, fanno sapere dall’azienda, avverrà non prima di cinque anni.

2. Mangiatori di petrolio

In natura esistono già microbi in grado di scomporre il petrolio; quindi, alcune società stanno cercando di modificare geneticamente questi microrganismi in modo da renderli più efficaci.

Ma il progetto è destinato a fallire, dice Terry Hazen del Lawrence Berkeley National Laboratory. «Un sacco di laboratori affermano di avere questi microrganismi miracolosi in grado di degradare qualunque sostanza oleosa», dice Hazen, «ma si tratta perlopiù di batteri allevati in un ambiente protetto e ricco di nutrienti. Una volta rilasciati in un ambiente salino e povero di nutrienti come è il mare morirebbero immediatamente».

Altre ricerche sono focalizate su batteri che già vivono in mare ma non “mangiano” greggio. «È possibile introdurre materiale genetico in un batterio attraverso un virus», ammette Hazen, «e fornire a questi microbi il DNA che permetta loro di scomporre il petrolio».

Qualunque sia l’approccio, dice lo studioso, si dovrebbe creare in laboratorio un organismo del tutto nuovo che viva in mare, “mangi” petrolio, e che necessiti di determinati stimolanti per sopravvivere, così che possa essere “ucciso” dopo aver portato a termine la sua missione.

3. Agenti chimici per raccogliere il greggio da bruciare

Sostanze simili sono state usate fin dagli anni Settanta, in modo da rendere più facile la rimozione del greggio, solitamente per combustione. Questi agenti chimici obbligano la chiazza a concentrarsi, proprio come una goccia di detersivo per i piatti versato in una padella unta spinge il grasso sui bordi della pentola.

Mentre si restringe, la chiazza di petrolio si inspessisce, passando da uno spessore di circa un millimetro a sei, dice Ian Buist, direttore e ingegnere capo della SL Ross Environmental Research, una società di consulenza ambientale. E questo permette di bruciare più petrolio.

Gli agenti chimici del futuro (tensioattivi a base di silicio detti superwetter) saranno in grado di radunare ancora più petrolio, rendendo gli interventi decisamente più efficaci, assicura Buist.

Ma gli esperti mettono in guardia: per quanti progressi si possano fare in questo campo, fronteggiare le fuoriuscite di petrolio continuerà a essere un lavoro “sporco” e complicato. Il che significa che la prorità dovrà essere sempre data alla prevenzione degli incidenti. Una volta che il greggio è nell’ecosistema, ricorda Buist, «non esiste una polvere magica in grado di farlo sparire».

fonte: nationalgeographic.it

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