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“Women: new portraits” la donna vista da Annie Leibovitz

Assistere alla mostra di Annie Leibovitz, artista e decisa sostenitrice dell’uguaglianza di genere, è stato come ritrovarsi accolti a casa di una vecchia amica che mettendoti a tuo agio ti racconta di quella volta che ha incontrato Jane, Patti o Elizabeth. Tutto bene se solo non si trattasse di J.Goodall, P.Smith o Queen E.

Ebbene, il piccolo ingresso che ti accoglie tra i rami d’edera, li subito dopo il cortile, rivela presto uno spazio industriale, recuperato, ampio ed arioso ma al contempo in grado di sussurrare “vieni, ma fai attenzione a dove metti i piedi”.

La luce è bassa anche se è giorno e una zona, intima esattamente come un piccolo salotto per bene, è stato costruito in una zona centrale. C’è un divano di ricercato modernariato color ecrù, delle lampade che emanano una luce calda creando un’atmosfera rilassata e un lungo susseguirsi di tavoli su un lato che mettono a disposizione a chiunque lo desideri volumi e cataloghi di fotografia quasi come per permettere di prepararsi adeguatamente prima di varcare la soglia della stanza adiacente.

L’area che si intravede infatti poco più in là, è la zona espositiva vera e propria della mostra: una volta varcata la soglia ciò che colpisce è una parete sulla quale sono esposte una accanto all’altra fotografie in un bel formato ampio di alcune delle  donne più significative che l’artista ha potuto ritrarre nella sua carriera. Vengo colpita immediatamente da alcune di queste e poi ne scruto i dettagli, la luce, l’ambientazione che pare esser colta con estrema naturalezza dalla Leibovitz nel ritrarre le protagoniste, senza quasi apparente costruzione.

Insomma la sua frase  “la fotografia perfetta immortala ciò che ti circonda, un mondo di cui divieni parte” qui pare mostrata in tutta la sua forza.

Cammino lentamente scorrendo lungo la parete e mi ritrovo lì, faccia a faccia con alcune che senza ombra di dubbio possono essere annoverate come eroine contemporanee: Jane Goodall, Aung San Suu Kyi, Malala Yousafzai, Caitlyn Jenner, solo per citarne alcune.

E poi non può non colpire la fotografia di Yoko e John ritratti l’8 dicembre 1980, ormai drammaticamente celebre ma così delicata da farti fare un sobbalzo quando sei in sua presenza.

E poi disarma osservare come l’artista si mostra senza risparmiarsi li, sul muro, esattamente come tutti i suoi soggetti, con le sue figlie in una bella posa di famiglia. In bianco e nero come a raccontare una storia di quelle che non esistono più, una storia tutta femminile di future e fiere donne forti.

A me colpisce anche una fotografia che pare fuori contesto, come rubata e li per pura casualità, dell’erbario, leggo, di Emily Dickinson e d’improvviso è li che mi sento a casa.

Una volta giunta alla fine della parete mi volto e capisco presto che non è finita così e non posso far altro che accomodarmi su una delle sedie pieghevoli, in netto contrasto con lo stile curato della stanza precedente come a dire “ormai ci conosciamo, fai parte della famiglia, non devo più usare il servizio buono, adesso baderai al sodo e ti tratterrai per la sostanza e non certo per la forma” e così è.

Le sedie sono poste a semicerchio in mezzo a questa stanza.

Ne scelgo una al centro, mi accomodo e mi lascio sovrastare dalle immagini che a loop vengono proproste sui due schermi di fronte a me, il terzo sulla destra mi rendo conto presto essere solo un perfetto e studiato riflesso.

Come un gioco di bambina cerco di cogliere particolari, volti, storie: alcune mi colpiscono per la rara bellezza strutturale, per i colori poetici e per lo stile inaspettatamente romantico o per la strenua ricerca di perfezione altre per la ruvidità, la forza, la potenza di ciò devono trasmettere ed altre ancora per i soggetti stessi, famose donne di spettacolo e del mondo della moda.

Certo, una mostra come “Women: new portraits” non può non travolgerti facendo scaturire emozioni contrastanti che una dopo l’altra si avvicendano senza alcuna soluzione di continuità.

Luogo, la Fabbrica Orobia 15, di recupero industriale, raffinato ma al contempo senza pretese in grado di metter qualunque tipo di avventore a proprio agio. Mostra curata, piacevole e decisamente in grado di accontentare una moltitudine di aspettative molto diverse l’una dall’altra questa mostra regala davvero una ventata di freschezza. Piccolo catalogo essenziale e ben fatto (dettaglio per nulla trascurabile).

Mostra altamente consigliata.

Fabbrica Orobia 15 – fino al 2 ottobre 2016 – ingresso gratuito

MM Brenta

 

 

 

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