Parco Nazionale del Manu Amazzonia: tra tutela e pressioni continue

Notizia battuta da Ansadi soli pochi giorni fa che in Perù è avvenuta una perdita in uno dei gasdotti più importanti della regione Camisea che ha portato alla sospensione del trasporto di gas verso Lima e che ha causato “la crisi energetica più grave del Paese negli ultimi due decenni.

photo credits caretas.pe

Quell’area però a noi non è nuova. Qualche tempo fa vi avevo parlato del lotto 88 vicino alParco Nazionale del Manu in Perù, uno dei siti naturalistici più ricchi al mondo, inserito dall’UNESCO nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità e riconosciuto per la sua eccezionale ricchezza di biodiversità e per l’alto livello di integrità ecologica. La storia era una di quelle che preoccupano e che fanno davvero pensare che il Pianeta sia costantemente sotto attacco. Dopo sversamenti dagli oleodotti, cause contro la contaminazione ambientale e proteste, ci siamo chiesti come sia andata a finire.

La compagnia petrolifera olandesePluspetrolè stata denunciata per danno ambientale ed evasione fiscale all’OCSE da alcune comunità indigene peruviane e da ONG per i diritti umani dell’Amazzonia per aver contaminato il suolo e per i problemi di salute causati dalle sue operazioni nel blocco proprio accanto, il 192.La società petrolifera avrebbe inoltre rilasciato metalli pesanti tossici – che come sappiamo non vengono mai più degradati e si bioaccumulano nella fauna – nelle reti di approvvigionamento idrico, contaminando la foresta pluviale amazzonica peruviana e minacciando le specie animali autoctone. 

Nel 2025 l’OCSE questa brutta storia è giunta a conclusione con una condanna per laPluspetrolresponsabile di averviolato le linee guidaa cui si devono attenere le imprese multinazionali nell’area e riconoscendo latotale responsabilità per danni ambientalie violazioni dei diritti dei popoli indigeni della multinazionale olandese. L’OCSE ha quindi esortato a rimediare ai danni causati ma la multinazionale ha tentato di lasciare il Perù così da evitare di pagare le sanzioni ambientali accumulate. 

A distanza di più di 10 anni invece com’è finita nel Parco del Manu? siamo andati a vedere come sono andate le cose.

Il parco è enorme, oltre 17 mila chilometri quadrati con un gradiente altitudinale che va dalla foresta amazzonica alle zone delle Ande e anche questo contribuisce a rendere quest’area una delle più ricche di specie animali e vegetali al mondo, con centinaia di specie di mammiferi e uccelli e migliaia di specie di piante.

Le informazioni ufficiali confermano ancora oggi che le attività estrattive non sono autorizzate all’interno del perimetro del parco e la gestione dell’area segue ancora le linee guida di tutela del Patrimonio Mondiale e del programma MAB dell’UNESCO. Tuttavia, come avevamo visto già anni fa, il parco del Manu risiede in una regione amazzonica dove vi sono attive concessioni energetiche, petrolifere e legate al settore dell’estrazione del gas ed in particolare proprio il grande progetto estrattivo di gas naturale Camisea – esattamente quello interessato dall’incidente di qualche giorno fa- il quale rappresenta una delle principali fonti energetiche del Paese e quindi con un interesse economico inestimabile.

Nel tempo si sono discusse possibili estensioni di queste attività estrattive nell’area limitrofa ai territori protetti e quest’espansione ha fatto nascere non poche preoccupazioni relative alla frammentazione degli habitat che ne deriverebbero come conseguenza di queste scelte oltre che a possibili incidenti ambientali. Leautorità peruvianehanno infatti il potere diautorizzareonegareattività in base sia alla normativa nazionale quanto – almeno dovrebbero – agli obblighi internazionali e benché non risultino autorizzazioni ufficiali per estrazioni nel cuore del Manu, la presenza effettiva diconcessioninelle aree strettamente limitrofe, alimenta contestazioni e resistenze oltre che unforte dibattito pubblicoe istituzionale in tutta l’area e non solo. Dieci anni fa l’ente statale peruviano responsabile delle concessioni alle multinazionali, compagnie petrolifere e del gas, aveva annunciato oltre 30 nuove concessioni di petrolio e gas cosa che aveva preoccupato l’opinione pubblica, le associazioni e gli stessi indigeni, a ragion veduta visto quanto è accaduto a causa della Pluspetrol.

Il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO monitora lo stato dei siti iscritti nella lista mondiale e nei suoi report ufficiali ha evidenziato con fermezza che tra i fattori di rischio vi sono proprio l’espansione infrastrutturale nelle aree limitrofe al parco,le pressioni derivanti da concessioni estrattive regionali ed il rischio di frammentazione ecologica. In ultimo nell’area vi sono presenti comunità indigene anche in isolamento volontario a cui deve essere garantita massima protezione cosa che sembra essere portata avanti con estrema difficoltà e moltissime carenze.

Se è vero che oggi la riserva del Manu rimane uno dei siti amazzonici con un’integrità ecologica tra le più alte, il contesto politico ed economico della regione ci induce a pensare che le sempre maggiori concessioni energetiche ed infrastrutturali della zona, richiedano un monitoraggio continuo, soprattutto in futuro, ancora più spiccato. Il Manu quindi oggi non è un’area in crisi in senso stretto ma rappresenta un sistema sotto osservazione strategica, in cui la governance ambientale e le scelte politiche regionali spinte sempre di più da un mondo alla continua ricerca di fonti energetiche sempre più carenti, determineranno gli equilibri futuri tanto di quest’area quanto delle sue popolazioni, animali, vegetali e umane che siano e in ultima analisi di tutto il Pianeta.

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Fonti:

Carmela Kia Giambrone

Giornalista, consulente alla sostenibilità e alla comunicazione digitale

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