Pesticidi su frutta e verdura: cosa c’è di vero?

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Inizia tutto quando un giorno mi trovo tra le corsie del supermercato dietro casa, una nota catena molto diffusa in tutta Italia.

Non amo particolarmente fare la spesa al supermercato, preferisco di gran lunga i mercati o le botteghe ma alle volte per praticità ci capito anche io.

Buccia non edibile e agrumi un binomio troppo comune

Mi accorgo che sui cartelli dove vi è esposto il prezzo e l’origine per alcuni tipi di frutta, come quella tropicale o gli agrumi, c’è anche un’altra piccola scritta che dice “trattato con …buccia non edibile”.

La cosa non mi sorprende molto, non trovandomi in presenza di frutta e verdura biologica o non trattata, ma certo non mi fa star tranquilla ed una volta arrivata a casa faccio delle ricerche in merito.

Scopro così che esistono molte tipologie di sostanze, sì, plurale perché non si tratta soltanto di una sostanza bensì, come spesso accade in fatto di pesticidi o antifungini, molteplici.

Per la maggior parte queste sostanze sono usate come trattamento antifungino e servono per mantenere la frutta in buono stato e non farla andare a male in tempi brevi.

Imazalil, paraffina, gommalacca: ecco cosa portiamo nel piatto

La mia ricerca si espande, come è solito accadere quando si inizia ad essere incuriositi da un argomento e così scopro che l’imazalil, una delle sostanze di cui ne avevo letto la notazione, non sembra essere l’unica sostanza con cui viene trattata dopo la raccolta la frutta.

Se la maggior parte delle persone ignorano questo trattamento, tanto che utilizzano tranquillamente la buccia degli agrumi durante la preparazione di cocktail, bevande alcoliche fatte in casa o torte ad esempio (benché ci sia chiaramente scritto che non è edibile) il fatto che invece mele, come pure altri prodotti freschi, vengano lucidati e trattati con cera (per la maggior parte paraffina cioè cera sintetica petrolifera) o gommalacca (secrezione di un insetto, un emittero ed utilizzata anche nel trattamento dei mobili antichi, pillole e caramelle, classificata come additivo alimentare con il numero E904 e segnalata da Altroconsumo come additivo che può dare allergie e reazioni di ipersensibilità), non mi sconvolge più di tanto soprattutto se quest’utilizzo è giustificato non dallo solo scopo di preservarla ma anche dal renderla perfetta esteticamente e quindi maggiormente accattivante.

Frutta bella, più bella non si può: l’effetto “cocktail”

Photo credits bloodyivy.it

Se pensiamo alla provenienza di ciò che mangiamo non possiamo non chiederci come vengano trattate anche le piante sulle quali crescono frutta e dalle quali provengono le verdure che consumiamo.

Benché i fitofarmaci debbano attenersi ad un disciplinare e a delle leggi chiare e molti studi affermino che queste sostanze si trovano negli alimenti soltanto in piccole quantità non esistono studi né tantomeno leggi, in grado di verificare o controllare gli effetti della correlazione “cocktail” tra tutte le sostanze che vengono utilizzate sui nostri alimenti, troppo vario, troppo impreciso e troppo randomico per poter essere studiato quest’effetto.

Ma per quanto riguarda gli agrumi che avevo trovato al supermercato dietro casa?
La Comunità Europea consente di usare nel trattamento della frutta (come negli agrumi e nelle banane) il bifenili (o difenile) e tiabendazolo (intesi come additivi alimentari E 230 e E 233).

Che cos’è il bifenile

Il bifenile (FENILBENZENE) è un fitofarmaco ed oltre ad essere usate direttamente nel trattamento della frutta viene anche utilizzato impregnando la carta simil velina che avvolge a volte gli agrumi.

La funzione è quella di assicurarne la conservazione attraverso il rilascio graduale del conservante all’interno delle bucce stesse.
Il bifenile non si elimina lavando la frutta dato che è un composto liposolubile è bene invece usare una sostanza oleosa come del comune olio d’oliva, cospargendone la buccia e rimuovendolo quindi con della carta da cucina.
In genere non passa nella polpa del frutto e si ritrova inalterato nella buccia.

Acquistare gli agrumi non avvolti in cartine e soprattutto che abbiano ancora il gambo e le foglie dell’albero può essere una scelta sensata, questo perchè il trattamento con bifenile sui frutti viene effettuato meccanicamente e per poterlo fare gli agrumi devono essere completamente ripuliti da rami e foglie, altra soluzione è naturalmente preferire il biologico.

Ulteriore indizio della presenza del bifenile è la brillantezza della buccia: un frutto opaco è indizio di assenza di bifenile e di cere.

Che cos’è il tiabendazolo

Il tiabendazolo è un comune ingrediente delle cere collocate sulla scorza degli agrumi oltre che essere presente nelle soluzioni acquose nelle quali tali frutti vengono immersi. 
A causa della sua lieve tossicità, il suo uso come additivo è stato vietato in Unione europea, negli Stati Uniti, e in Australia e Nuova Zelanda.
Insomma vale la regola brutto ma buono.

L’impiego di queste sostanze è concesso su frutti già raccolti, si ritiene che rimangano nella buccia e non penetrino nel frutto: le bucce vengono scartate e quindi il pericolo di assumere i residui delle sostanze chimiche usate dovrebbe essere modesto.

Inoltre più la filiera è corta e meno sono i trattamenti a cui la frutta (e la verdura) ha bisogno per rimanere vendibile, non è poi da sottovalutare che i mercati esteri prevedono leggi molto diverse dalle nostre, ancora di più se si tratta di mercati così lontani come quelli tropicali o dei paesi in via di sviluppo.

Un esempio molto comune è dato dal marchio Fratelli Orsero (per fare un esempio comune a moltissimi supermercati) che commercializza banane, zenzero ed ananas per citarne solo alcuni nella GDO.

Ciò che viene utilizzato su questi prodotti, che vengono dall’altro capo del mondo, sono:

  • tiabendazolo (conosciuto anche come TBZ e con i nomi commerciali Mintezol, Tresaderm, e Arbotect)
  • Imazalil
  • Miclobutanil
  • Azoxystrobin

ben dichiarati in etichetta.

L’Imazalil è un fungicida utilizzato per la conservazione degli agrumi. Una volta applicato, si deposita sulla buccia e penetra all’interno degli agrumi rendendo il periodo di conservazione più duraturo.
L’imazalil è cancerogeno. E’ possibile trovare agrumi trattati con questa sostanza sia italiani che esteri: l’unica alternativa è quella di scegliere solo prodotti non trattati con questa sostanza ad esempio biologici.

Myclobutanil è un fungicida usato pesantemente per controllare i funghi che interessano uva da vino e uva da tavola ma viene usato anche in un certo numero di altre colture alimentari. Anche se ha una bassa tossicità acuta, è stato osservato che influenza le capacità riproduttive degli animali da laboratorio.

L’Azoxystrbin: la sua tossicità è bassa per i mammiferi, gli uccelli, le api, insetti e lombrichi, è classificato come molto tossico per gli organismi acquatici e R234886 ovvero il suo prodotto di derivazione principale,è riconosciuto come molto dannoso.

Un recente studio mostra che azoxystrobin e R234886 possono fuoriuscire da terreni argillosi per un lungo periodo di tempo dopo l’applicazione del pesticida e quindi rappresentare una potenziale minaccia per gli ambienti acquatici vulnerabili e le risorse di acqua potabile.

Residui di pesticidi sugli alimenti: cosa c’è di vero

Un altro problema che si pone sono i residui dei pesticidi negli alimenti.
Nella definizione dei limiti di legge per i pesticidi residui negli alimenti appunto non viene preso in considerazione il multiresiduo.

Attualmente i limiti della dose di residuo sono calcolati sull’organismo adulto e per un singolo principio attivo, quindi questo modello non tiene conto dell’eventuale sinergismo di più composti.

Dall’ultimo rapporto di Legambiente però rispetto al 2012, il multiresiduo è salito dal 17,1 al 22,4% con campioni da record:

  • fino a 5 residui nelle mele
  • otto nelle fragole
  • quindici nell’uva da tavola.

Il vero problema però è che i piani di controllo dei residui negli alimenti predisposti a livello europeo non dedicano la giusta attenzione al fenomeno.

Tuttavia l’Unione Europea si è espressa in merito, auspicando una maggiore attenzione sul tema e un approfondimento sugli effetti di una esposizione contemporanea a più sostanze chimiche.

Nel 2012, per altro, è stata pubblicata l’opinione di tre comitati scientifici della Commissione Europea sulla tossicità delle miscele che afferma l’evidenza scientifica che l’esposizione contemporanea a diverse sostanze chimiche può dare luogo ad effetti cumulativi tanto di tipo additivo, quanto di tipo sinergico.

Infine le dosi limite vengono calcolate per individui adulti e non per feti e bambini che chiaramente risultano molto più sensibili dell’individuo adulto.
Ovvio tutto questo discorso vale per il post raccolto. Non addentriamoci ora su cosa è permesso usare in alcuni paesi non europei (magari tropicali) che qui da noi sono invece stati banditi in quanto dichiaratamente cancerogeni, tossici, teratogeni o inquinanti.

I residui nell’ambiente dei POP: Persistent Organic Pollutants

Non dobbiamo dimenticare poi che nell’ambiente sono ancora presenti (per bioaccumulazione o perché ancora usati nei paesi in via di sviluppo come ad esempio nei paesi in cui è presente la malaria) dei pesticidi appartenenti ad un gruppo di composti definiti POP (Persistent Organic Pollutants) messi al bando nel 2004 dalla Convenzione di Stoccolma (che ne vieta la fabbricazione, l’impiego ed il commercio e prevede anche l’obbligo di allestire un inventario dei depositi di materiali contaminati da POP e di smaltirne le scorie).
Ne sono esempi

  • il DDT, l’eptacloro
  • i PCB
  • le diossine
  • i furani

Nonostante queste restrizioni, il rapporto di Legambiente del 2004 mette in luce la presenza di DDT in Italia, specialmente in

  • Emilia-Romagna
  • Liguria
  • Sardegna
  • Marche
  • Lazio

dovuto forse al fatto che il DDT può viaggiare negli strati caldi dell’atmosfera e precipitare a terra quando incontra aria più fredda, quindi non solo ha la capacità di persistere a lungo, ma anche di arrivare molto lontano dal luogo di utilizzo.
Inoltre nelle serre si usa spesso terriccio, probabilmente contaminato, proveniente dai paesi dell’Est.

Ma quindi come comportarci?

Innanzitutto tenersi informati, ad esempio leggendo il rappoorto che Legambiente periodicamente stila e poi è fondamentale leggere sempre l’etichetta di ciò che è destinato ad esser portiato in tavola inoltre una scelta sensata potrebbe anche essere quella di tenere presente la possibilità dei GAS (gruppi di acquisto solidale) e della vendita diretta presso i coltivatori che praticano biologico (ad esempio ai mercati della terra).

Quando non è possibile scegliere biologico ma anche:

  1. lavare sempre molto bene verdura e frutta
  2. sbucciarla
  3. quando possibile scegliere prodotti del commercio equo e solidale in grado di aiutare le popolazioni dei paesi in via di sviluppo.

Fonti:

 

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Carmela Kia Giambrone

Giornalista, consulente alla sostenibilità e alla comunicazione digitale

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